I taìnos nei dettagli: storia, società e lascito alla modernità

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Ultima modifica in data 26/04/2021

Nell’articolo precedente ho scritto un riassunto della storia dominicana, dai primi insediamenti fino ai giorni nostri. Oggi, approfondisco proprio l’epoca precoloniale, parlandoti dei nativi che abitavano l’isola all’arrivo degli europei.

storia sulla società dei taìnos e sulla loro discendenza moderna

Nel precedente articolo, ho descritto le tappe salienti della storia dominicana.

Ora è il momento degli articoli sui periodi che ritengo più interessanti. Sono anche quelli che forse hanno maggiormente lasciato un’eredità nel presente.

Naturalmente, vado in ordine e parto dall’origine di tutto. Qui parlerò del popolo indigeno che abitava l’isola di Hispaniola nel momento in cui arrivarono gli europei.

LA LUNGA STORIA DEI TAÌNOS

In epoca precoloniale, tre migrazioni toccarono Hispaniola, a distanza di molto tempo.

I primissimi insediamenti risalgono al 2600 a.C. ma fu la seconda migrazione a lasciarci le prime tracce consistenti.

Avvenne attorno al 250 a.C. e vide protagonisti gli Arawak, che si diffusero in tutti i Caraibi, come testimoniano le caratteristiche ceramiche decorate sparse in molte isole.

La vera base dell’attuale Repubblica Dominicana, però, si lega alla terza migrazione. È esattamente in questo momento che inizia la storia dei Taìnos con il Paese.

Questo popolo, autodefinitosi con questo termine (che significa “gente buona/amichevole”), proveniva dalla foce del fiume Orinoco in Venezuela. Seguendo le correnti marine a bordo di canoe, giunse nell’arcipelago caraibico.

L’arrivo a Hispaniola avvenne nel 700 d.C. circa.

Gli studiosi identificano i Taìnos come parenti stretti degli Arawak continentali; secondo lo studioso Rudolf Schüller, invece, essi avrebbero molti parallelismi con i Maya, soprattutto nell’idea di base che il mondo sia governato da due demiurghi (Yocahù e Guabancex) dalla cui unione avrebbe origine il ciclo solare.

Il popolo taìno si trovò da subito in competizione con i bellicosi Caribi, che abitavano le Antille da prima di loro. All’arrivo di Colombo, i Taìnos stavano perdendo lo scontro.

Le datazioni sulle civiltà americane sono ancora parecchio dibattute. Le prende in esame in maniera approfondita Graham Hancock nei suoi saggi: se non vuoi leggerli tutti, ti consiglio perlomeno “Il mistero della civiltà perduta” pubblicato a fine 2020.

L’INCONTRO CON GLI EUROPEI

Il contatto tra Taìnos e conquistadores fu inizialmente dolce:

infatti, come fecero poi anche le altre popolazioni del Nuovo Mondo, gli indigeni di Hispaniola accolsero i nuovi arrivati pacificamente. Addirittura, li omaggiarono come fossero divinità scese dal cielo.

L’ammiraglio genovese rimase impressionato dalla loro generosità:

Danno tutto quello che possiedono per qualsiasi cosa venga data loro, scambiando cose anche per pezzi di stoviglie rotte […] Non portano armi e non le conoscono… dovrebbero essere buoni servitori”.

La coesistenza si deteriorò in pochissimo tempo:

gli spagnoli costrinsero gli uomini Taìnos a lavorare nelle miniere d’oro e nelle piantagioni coloniali, togliendoli dai raccolti che li avevano nutriti per secoli.

Cominciarono a morire di fame, a cadere preda della malattie europee (ad esempio vaiolo e morbillo), a suicidarsi per evitare la schiavitù e a perire nelle rivolte contro i colonizzatori.

Secondo il diario “Historia de las Indias” (1561) di Bartolomè de Las Casas, la prima e più importante fonte di quel periodo, al momento dello sbarco risiedevano a Hispaniola circa 400 mila Taìnos, divisi in numerosi regni.

In appena un trentennio, il loro numero scese tanto velocemente da arrivare ben presto alla loro estinzione:

nel 1508, de Las Casas riferisce che erano circa 60 mila su tutta l’isola e nel 1531 si erano ridotti a meno di 600.

Tuttavia, non ci furono solo morti, perché molti fuggirono nelle zone remote e non controllate dagli europei.

Ecco perchè la storia dei Taìnos non sarebbe definitivamente chiusa come si pensava fino ai primi anni Duemila.

Molti caraibici, soprattutto a Cuba, Porto Rico e in Repubblica Dominicana, hanno sempre sostenuto di essere discendenti.

Vari studi hanno confermato che un’ampia parte di popolazione caraibica, soprattutto a Porto Rico, ha tratti genetici direttamente riconducibili agli antichi indigeni.

Parlerò di questo negli ultimi paragrafi.

SOCIETÀ E STRUTTURA SOCIO-POLITICA

La popolazione taìna si reggeva su una società di tipo teocratica-guerriera, suddivisa in tanti regni sparsi per l’isola.

A Hispaniola c’erano cinque regni principali, perlomeno all’arrivo dei conquistadores, secondo quanto racconta la cronaca di Fernàndez de Oviedo:

Marién, Maguana, Higüey, Xaragua e Maguá.

Ciascun regno, o tribù, era governato da un cacique e prendeva il nome di cacicazgo.

Questo, a sua volta, era suddiviso in un gran numero di feudi minori, retti da capi all’ordine del cacique.

Erano quattro le classi sociali:

  • Naborìas, i comuni cittadini, i lavoratori
  • Nitaìnos, i nobili e i guerrieri che erano a capo dei feudi vassalli del regno principale (spesso appartenevano alla famiglia del cacique)
  • Bohìques, gli sciamani, intermediari tra il mondo fisico e quello ultraterreno
  • Cacique, il capo supremo della tribù, a cui ogni piccolo feudo doveva sottostare e versare tributi.

I villaggi erano densamente abitati, ben organizzati e si trovavano nelle radure delle foreste e non sulle coste. I tipi di abitazione erano due:

il bohìo, una casa comunitaria di forma circolare che ospitava più gruppi familiari; il caney, più grande e rettangolare, riservata al capo con la sua famiglia. Dormivano tutti su amache di cotone (la parola amaca è una delle tante della lingua moderna che derivano dall’idioma taìno).

L’abbigliamento era ridotto al minimo.

Gli uomini usavano soltanto mutande di pelli, esattamente come le donne sposate che indossavano una gonnellina di foglie (se non sposate, giravano completamente nude). I giovani e i bambini non avevano alcun indumento.

Era abitudine comune però adornare il corpo con oro, argento, pietre, conchiglie e ossa.

LO STATO CIVILE

Un’altra differenza tra il cacique e il resto della popolazione riguardava le unioni.

Il capo tribù infatti era l’unico che poteva praticare la poligamia. Le motivazioni erano principalmente il gran numero di ragazze nubili (ben superiore a quello dei maschi) e l’importanza di avere dei figli per evitare il disonore della tribù.

Non è certo se questa pratica fosse originaria o se sia stata introdotta successivamente per necessità.

Di sicuro, la poligamia aumentò durante i periodi di guerra con le altre popolazioni caraibiche: la morte dei molti uomini e il bisogno di avere sempre nuovi guerrieri la rendeva necessaria.

IL RAPPORTO DEI TAÌNOS CON LA RELIGIONE

L’essere umano, fin dalla sua nascita, si interroga sulla sua esistenza e sulle forze che dominano il mondo.

Non fanno eccezione i Taìnos.

In linea con la visione di tutte o quasi le popolazioni molto antiche, anche la loro società era permeata di animismo.

Al centro della loro religione c’era il rapporto diretto tra gli uomini, gli spiriti, gli animali, le piante e gli essere inanimati.

L’unico capace di dominare gli spiriti e interpretare le forze della natura era lo sciamano, che proprio per questo nella società aveva un ruolo secondo solo al cacique. Il rito più diffuso era quello della cohoba, col quale si entrava in trance inalando i semi macinati della pianta assieme a un miscuglio di tabacco e polvere di conchiglia.

Secondo quanto scrive il frate Ramón Pané, che visse in mezzo ai taìnos tra il 1494 e il 1498, le divinità principali erano due:

da una parte Yucahú, il padre creatore e dio del bene; al suo opposto Juracàn, il dio del male. Probabilmente però questo è dovuto all’interpretazione dualistica del cattolicesimo.

In realtà, il male derivava dall’unione di tante divinità e non solo da Juracàn. Inoltre, i Taìnos definivano tutti i fenomeni distruttivi col termine Juracàn (da cui il termine Huracàn, uragano).

Gli oggetti di culto prendevano il nome di zemì ed erano piccoli idoli solitamente in legno o altri materiali naturali, di forma antropomorfa o più raramente animale. Venivano utilizzati anche in famiglia in forma privata per pregare, per chiedere benedizioni e per omaggiare gli antenati, chiedendo loro tutela.

La protezione dagli spiriti maligni avveniva soprattutto con i tatuaggi e con le pitture sul corpo, di solito di colore nero, giallo, rosso o bianco.

Foto ©Ministero del Turismo dominicano

ECONOMIA

La divisione in classi sociali permetteva ai Taìnos di suddividere i compiti in base al ceto.

La maggior parte delle attività quotidiane erano portate avanti dalla classe più bassa, quella dei naborìas.

Questi cittadini, a loro volta, si specializzavano in una determinata funzione:

i Taìnos si occupavano principalmente di agricoltura, pesca, caccia ma c’erano anche gli artigiani che si occupavano di costruire gli oggetti utili per la vita.

L’agricoltura era la principale attività economica. Si utilizzavano sistemi di irrigazione e gli appezzamenti di terreno si chiamavano conucos.

I prodotti coltivati erano manioca, mais, patata e patata dolce, peperoncino, tabacco e altri.

La Repubblica Dominicana è sempre stata priva sia di animali di grosse dimensioni sia di animali pericolosi. La caccia si limitava quindi alle specie di piccola taglia, ad esempio iguane, roditori (come l’hutìa) e i lamantini.

Alla caccia si affiancava la pesca sui fiumi e in mare aperto, con apposite spedizioni dove utilizzavano le canoe, che potevano contenere fino a 100 rematori. In base alle condizioni ambientali, pescavano servendosi di ami oppure di reti, spesso aiutandosi col veleno.

Ci tengo a citare una pietanza dei Taìnos arrivata fino ai giorni nostri e ancora diffusa, soprattutto nella Repubblica Dominicana e nella Cuba orientale:

il casabe, detto “pane della terra”, una sorta di tortilla preparata con la yucca fatta tostare al sole. Faceva parte della loro dieta e fu anche oggetto di scambio con le altre comunità indigene.

Passando all’artigianato, le creazioni più comuni erano amache, ceste, vasi di ceramica e immagini in legno, pietra, conchiglia e osso. Non avevano una lingua scritta (con l’eccezione di alcuni petroglifi) e attraverso questi oggetti hanno lasciato traccia di sé.

COME PASSAVANO IL TEMPO I TAÌNOS

Non mancavano i momenti di puro svago.

Oltre alle musiche e alle danze, i Taìnos si divertivano con un gioco della palla conosciuto come batù. Due squadre, composte da entrambi i sessi, si sfidavano facendo attenzione a non far cadere la palla, che poteva essere colpita con qualsiasi parte del corpo escluse le mani.

Lo spazio di gioco era il batey, termine che oggi identifica i villaggi degli haitiani nelle piantagioni di canna da zucchero.

Esistevano poi, naturalmente, le danze sacre (areìtos) accompagnate dai ritmi dei tamburi. Esse facevano parte di un rituale più lungo che si concludeva solitamente con il rito della cohoba che ti ho spiegato prima.

I TAÌNOS OGGI: EREDITÀ E DISCENDENZA

Il maggiore lascito dei Taìnos si è trasmesso in via orale e si ritrova oggi in moltissime parole spagnole, diffusesi poi nel mondo intero. Ne ho parlato anche nel mio articolo sulla lingua che si parla nella Repubblica Dominicana.

Ti rimando a quello se desideri conoscere le parole di uso comune più note.

Meno nota è la discendenza vivente.

Te l’avevo anticipato nella prima parte dell’articolo, ricordi?

I libri di storia hanno sempre affermato che il popolo taìno era estinto. Nel 2019, su un gruppo Facebook sulla Repubblica Dominicana lessi un commento di un ragazzo sul tema.

Lo contattai privatamente e mi aprì un mondo che credevo inesistente.

Joel mi ha confermato che la cultura indigena oggi è presente più di quanto si creda nel sincretismo dominicano. In quanto discendente genetico e culturale, è membro del Concilio Taino Guatù ma-cu A Borikèn e del gruppo dominicano Hayagua.

Mi ha raccontato che sono stati parte di un progetto congiunto tra National Geographic e il museo dei nativi americani di New York in cui è stato studiato il loro DNA, confermando l’appartenenza al popolo taino.

Queste realtà hanno recuperato la lingua e le tradizioni antiche e si occupano di rivitalizzare questo ramo in estinzione, collaborando col Museo del Hombre Dominicano e con vari musei a Porto Rico.

Stavamo progettando alcuni possibili tour in Repubblica Dominicana sul tema e volevo anche intervistarlo, avevo già in mente il titolo dell’articolo: “Intervista col Taino” (capita la citazione? ?).

Purtroppo, eravamo in contatto su Fb Messenger e non ha più l’account quindi è svanita ogni idea.

Ecco quindi quello che ho scoperto con le ricerche autonome.

LA FORTE IDENTITÀ DEI TAÌNOS CERCA DI USCIRE DALLE SABBIE DEL TEMPO

Tutto avrebbe avuto inizio con il portoricano Martìn D. Veguilla, che negli anni universitari ebbe accesso alle cronache spagnole sugli sbarchi nel Nuovo Mondo, dalle quali scoprì la brutalità che avevano subito i Taìnos.

Nacque così la sua missione per preservare e riportare alla luce l’eredità taìna, di cui si sentiva discendente.

Riuscì ad attirare l’attenzione fino ad accogliere nel suo piccolo movimento vari gruppi, da tutta l’isola di Porto Rico, di persone che si proclamavano discendenti. Nel 1992 venne fondato il pueblo Guatucù, incorporato poi nel Concilio citatomi da Joel.

Questo Concilio Taìno è stato riconosciuto a livello federale nel 2007 come società senza scopo di lucro. Veguilla è stato eletto cacique dalle donne, secondo tradizione, nel 2004 con il nome di Caciba Opil (Pietra dello Spirito Sacro).

Sul sito, dove caricano gli eventi corredati di foto e video, si presentano così:

Siamo un popolo Taino, discendenti del sangue dei popoli nativi che Cristoforo Colombo incontrò nel suo primo viaggio nelle Americhe. Il nostro Yukayeke (popolo Taino) è guidato dal Cacike Caciba Opil (Pietra dello Spirito Sacro). È stato scelto dalle donne del nostro Yukayeke nella tradizione Taino e noi siamo un villaggio Taino in fase di restauro. I discendenti Taino sono integrati quotidianamente nel nostro yukayeke e per questo è un villaggio in crescita. Abbiamo persone da tutta l’isola di Boriken (Porto Rico), dagli Stati Uniti (compresi New York e Texas), dalla Repubblica Dominicana e dall’Europa. Le tradizioni Taino, la spiritualità e le cerimonie ancestrali sono basate sulla religione Taino che pratichiamo e viviamo nel nostro villaggio”.

LE PRIME RICERCHE

Non è difficile capire come i Taìnos abbiano fatto ad arrivare fino a noi.

Nonostante i censimenti dichiarino che entro il 1802 non c’erano più indios ai Caraibi, uno sguardo storico più approfondito svela l’inganno:

oltre a quelli non censiti perché fuggiti in aree remote, bisogna considerare la pratica della conversione già usata in Europa per gli ebrei e la falsificazione dei documenti.

Esatto, perché dopo l’abolizione della schiavitù (leggi la storia dominicana su questo blog per maggiori dettagli) gli spagnoli, riluttanti a lasciare la libertà agli schiavi indios, aggirarono l’ostacolo classificandoli come africani.

Soprattutto, però, moltissime donne native sposarono i conquistadores, dando vita a una nuova popolazione meticcia, che con l’arrivo degli schiavi africani assunse ulteriori caratteristiche miste.

Secondo un sondaggio del 1514, il 40% degli uomini spagnoli aveva mogli indiane. Questo il numero ufficiale, probabilmente nella realtà era ancora più alto.

Se la cultura e la lingua taìna in questo modo andarono via via perdendosi, annacquandosi nel cristianesimo e nei nuovi usi europei, così non fu per il patrimonio genetico.

E torniamo quindi alla storia del villaggio Guatucù.

Il cacique era riuscito a risvegliare un interesse per qualcosa che si riteneva estinto. Partirono quindi studi e ricerche antropologiche e scientifiche.

Nel 2003, il team guidato dal dottor Martìnez Cruzado ha analizzato il sangue di Caciba Opil, documentando per la prima volta il DNA mitocondriale (quindi di discendenza materna) amerindio dei Taìnos:

appartiene all’aplogruppo-C, le cui origini risalgono a quegli antenati Arawak provenienti dal Venezuela.

Lo studio proseguì con l’analisi di campioni di 800 soggetti scelti a caso. Ebbene, il 61,1% risultò avere un DNA mitocondriale di origine indigena, il 26,4% marcatori africani e il restante 12,5% origine europea.

Questo conferma che la successione prosegue per via materna.

I TAÌNOS OTTENGONO IL RICONOSCIMENTO TANTO CERCATO

Se ti stai chiedendo come sia stato possibile identificare il DNA come amerindio, ti aggiungo l’altra parte della storia.

Anni prima dello studio che ti ho citato, un dente di 1000 anni fa trovato alle Bahamas (e ritenuto appartenere a una donna) aveva permesso di sequenziare il primo genoma umano completo dei Caraibi.
Confrontandolo con i dati delle popolazioni indigene viventi, gli studiosi infatti avevano trovato corrispondenze genetiche con popolazioni antiche molto simili ai gruppi di lingua Arawak del Sud America.

Insomma, “la vera storia è quella dell’assimilazione, certamente, ma non dell’estinzione totale” (Jorge Estèvez, Museo Nazionale degli Indiani d’America).

Questa formidabile scoperta ha avviato una serie di studi, nazionali e internazionali, che sono giunti alla conclusione che le persone nei Caraibi hanno effettivamente il DNA mitocondriale dei nativi americani: il 61% dei portoricani, tra il 23 e il 30% dei dominicani e il 33% dei cubani.

Quindi, i taìnos sono tutt’altro che estinti!

Il lignaggio materno è perfettamente in linea con le ricerche effettuate in altri Paesi dell’area: il DNA paterno (cromosoma Y) è principalmente europeo, invece quello materno (DNA mitocondriale) è in prevalenza indigeno.

Ciò si riscontra soprattutto tra i portoricani, che hanno un’ascendenza dai nativi superiore a quella di qualsiasi altra isola caraibica. In questa nazione, il DNA paterno ha sentenziato che nessun portoricano ha discendenze paterne indigene mentre oltre l’80% è eurasiatica o europea.

Tra gli studi, importantissimo è stato il National Geographic’s Genographic Project, che ricerca i luoghi dove storicamente si sono mescolati diversi gruppi, con l’intento di creare un moderno melting pot e apprendere come il DNA passato si inserisce nei moderni alberi genealogici.

Se ti interessa, puoi leggere alcune storie sui moderni Taìnos.

CONCLUSIONE

Quando si parla dell’America, di solito si prende in considerazione il periodo successivo all’arrivo di Colombo.

Con l’eccezione delle grandi civiltà del centro e sud America (Maya, Aztechi, Inca), le popolazioni indigene vengono quasi del tutto ignorate.

Con questo articolo spero di aiutare ad accendere un riflettore sulla questione anche in Italia, facendo conoscere un’altra parte del passato del genere umano che ci riguarda.

Ti ringrazio,

alla prossima!

Noel

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